Come funzionano gli antinfiammatori

Per un fastidioso dolore alla schiena, per il mal di denti, per l’emicrania, per l’artrite: gli antinfiammatori sono tra i farmaci da banco più utilizzati in assoluto. Per scegliere quelli giusti e per usarli in modo corretto, però, vale la pena investire qualche minuto del proprio tempo per capire come questi farmaci agiscono sul nostro organismo per ridurre o eliminare del tutto l’infiammazione, il dolore oppure la febbre. Prima di vedere il funzionamento degli antinfiammatori è sicuramente utile capire il processo infiammatorio, ovvero il crearsi di una dolorosa infiammazione.

Infiammazione: cos’è?

In linea generale è possibile definire gli antinfiammatori come antidolorifici, per il semplice fatto che l’infiammazione comporta il dolore stesso.

Bisogna dunque sapere che, durante il processo di infiammazione, il nostro organismo produce i mediatori dell’infiammazione. Tra questi, i principali sono le prostaglandine, le quali vengono sintetizzate dall’acido arachidonico per mezzo dell’azione di particolari enzimi, ovvero le cicloossigenasi. Nello specifico, possiamo isolare due tipi di cicloossigenasi necessari per la produzione delle prostaglandine, ovvero la COX1 e la COX2, la quale è stata scoperta solamente nel 2002.

Di fatto, dunque, l’infiammazione risulta in buona parte per l’azione di questi particolari mediatori – anche se va detto che le prostaglandine, oltre a questo, hanno un ruolo importante nel regolare da una parte la secrezione gastrica, e dall’altra la pressione arteriosa.

Come funzionano gli antinfiammatori

Visto velocemente il funzionamento del processo infiammatorio, si può passare al funzionamento degli antinfiammatori. Si dà dunque il caso che questi farmaci vanno a bloccare gli enzimi necessari alla produzione delle prostaglandine, senza le quali non ci può essere infiammazione. Più nello specifico, gli antinfiammatori tradizionali bloccano sia gli enzimi COX1 che quelli COX2, mentre quelli più recenti vanno ad agire solamente sui secondi. Ne risulta dunque che gli antinfiammatori più recenti sono più indicati per l’eventuale uso prolungato nel tempo, non andando a eliminare la produzione dell’enzima COX1, indispensabile per una corretta protezione delle pareti dello stomaco. Questo non significa, ovviamente, che un uso prolungato dei farmaci antinfiammatori non sia comunque negativo per il nostro organismo.

I tipi di antinfiammatori

Esistono molte tipologie di antinfiammatori. Nella maggior parte dei casi si parla dei FANS, ovvero dei farmaci antinfiammatori non steroidei, che non contengono dunque cortisonici. Questi, oltre alla funzione antinfiammatoria, presentano delle note funzioni antipiretiche e analgesiche, combattendo dunque anche la febbre e il dolore.

Tra gli antinfiammatori FANS più utilizzati si trovano per esempio quelli a base di paracetamolo: in questo caso si ha che fare con un farmaco spiccatamente antipiretico (pensiamo alla Tachipirina), che va a interrompere la formazione delle prostaglandine connesse alla regolazione della temperatura corporea. Lo stesso paracetamolo viene utilizzato per curare il mal di denti, l’emicrania, il torcicollo e via dicendo. Ci sono poi i vari ipubrofene, naprossene e ketoprofene, utilizzati per la cura di emicranie, dolori mestruali e mal di denti, nonché – a dosaggi più elevati – per i prodotti articolari. Per i dolori articolari gli antinfiammatori che vanno per la maggiore sono i ketorolac e il diclofenac. Tra gli antinfiammatori di ultima generazione che non toccano la produzione dell’enzima COX1 c’è il Nimesulide (usato nell’Aulin), consigliato per combattere i dolori importanti.

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Francesco Youfarma

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